Bloody Sunday, la maledetta domenica
di Antonio Giuliano
28-01-2012
«How long, how long must we sing this song?» (“Per quanto tempo dobbiamo cantare questa canzone?”). È il grido rock degli irlandesi U2 nella leggendaria ballata Sunday bloody Sunday (Domenica, sanguinosa domenica). Fu proprio una maledetta domenica quella del 30 gennaio 1972 quando le truppe britanniche aprirono il fuoco contro pacifici manifestanti cattolici a Derry in Irlanda del Nord. Già trent’anni fa quando fu scritta la canzone la rassegnazione per una guerra fratricida era al culmine. E oggi a 40 anni da quella domenica a Belfast e dintorni permangono gli ultimi muri d’Europa tra zone protestanti e zone cattoliche. Elisabetta Sala, docente di storia inglese, già autrice di preziosi volumi su Elisabetta la sanguinaria (Ares) e L’ira del re è morte. Enrico VIII e lo scisma (Ares) ci aiuta a dipanare l’intricata matassa della guerra civile nordirlandese esplosa nel 1969.
Perché l’impatto emotivo di quella domenica fu tale da suscitare anche film e canzoni? La domenica di sangue del 1972 è anche nota come The Bogside Massacre. Il Bogside è un quartiere cattolico di Derry che gli abitanti avevano cinto di barricate (il semplice nome della città, che gli inglesi continuano a chiamare Londonderry, è già emblematico). La tensione era allora molto forte, a tre anni dall’apertura delle ostilità. Quel giorno i dimostranti manifestavano contro le discriminazioni anticattoliche in Ulster. Sapevano, naturalmente, di essere presidiati dall’esercito. I militari britannici, d’altro canto, erano tesi e spaventati di fronte a quella che avrebbe potuto diventare una sommossa popolare significativa, paragonabile a quella del 1969, la cosiddetta Bogside War che aveva scatenato il conflitto. Quando alcuni dimostranti (non armati) li provocarono, alcuni militari cominciarono a sparare (su ordine ricevuto, pare, ma anche dopo il cessate il fuoco), colpendo alla schiena diverse delle vittime, sette delle quali erano ragazzi diciassettenni. Tredici i morti, tredici i feriti. Il massacro creò particolare scalpore, soprattutto perché perpetrato dall’esercito regolare, non da guerriglieri, e davanti agli occhi del pubblico, della stampa e delle televisioni di tutto il mondo. Da quel momento le adesioni alla branca più estremista dell’IRA aumentarono in modo significativo.
Quali sono stati i momenti chiave del conflitto? La questione nordirlandese fu una piaga rimasta aperta dopo la proclamazione della repubblica d’Irlanda, nel 1922, che aveva chiuso la guerra di indipendenza. Le contee del Nord avevano scelto di rimanere parte del Regno Unito; la spaccatura tra lealisti (a maggioranza protestante) e repubblicani (a maggioranza cattolica) era amarissima, anche perché era vecchia di secoli, e sfociò inevitabilmente in episodi di violenza. Le discriminazioni contro i cattolici e i nazionalisti da parte del governo britannico non fecero che inasprire gli animi. Nel 1969 diverse manifestazioni organizzate dalla Northern Ireland Civil Rights Association (NICRA) furono attaccate da estremisti lealisti e da una forza di polizia locale, la Royal Ulster Constabulary (RUC), che di fatto era anticattolica. Dopo tre giorni di guerriglia tra estremisti dei due gruppi, in quella che è ricordata come The Bogside Battle, gli abitanti del quartiere cattolico di Derry si trincerarono dietro le barricate. L’intervento dell’esercito regolare britannico fu accolto con sollievo dagli abitanti, che videro in esso una forza neutrale. I rapporti però deteriorarono presto e la guerriglia non fece che peggiorare. È in questo clima che si collocano i fatti della domenica di sangue del 1972. Dal 1969 al 2010 le vittime del conflitto nordirlandese sono già 3568.
La battaglia per l’Ulster ha finito per coinvolgere Inghilterra e Irlanda le cui frizioni risalgono però a secoli prima. Qualcuno ha parlato di vero e proprio genocidio continuato per otto secoli degli inglesi in Irlanda, come afferma anche un volume di Riccardo Michelucci Storia del conflitto anglo irlandese (Odoya), considerato il libro nero degli inglesi in Irlanda. Purtroppo è andata così. Fin dal Medioevo l’Irlanda fu trattata come colonia e terra di conquista. Gli inglesi si rendevano conto dell’importanza strategica dell’Irlanda in caso di invasione straniera e non vollero mai rinunciare al dominio, almeno nominale, sull’isola. Non ebbero però le forze, umane ed economiche, per sottomettere il Paese definitivamente, come avevano fatto, ad esempio, nei secoli XIII e XIV con il Galles, che fu piegato con la forza (il titolo onorifico di “principe di Galles” nacque proprio in quel periodo, poiché al primogenito del re era affidato l’esercito più potente per sottomettere i ribelli). Tra le varie misure di emergenza, la cultura celtica fu messa fuorilegge e i bardi condannati a morte. Anche in Irlanda si tentò una simile politica, con risultati disastrosi.
Quanto hanno inciso il tentativo di Enrico VIII di introdurre la Riforma protestante in Irlanda e la dura politica elisabettiana anticattolica sul suolo irlandese? Il distacco dell’Inghilterra da Roma complicò orrendamente la situazione. Gli inglesi non volevano un’Irlanda cattolica, innanzitutto per motivi strategici. Già Enrico VIII cercò dunque di imporre l’ anglicanesimo con la forza. A questo punto il popolo irlandese prese a identificare cattolicesimo e patriottismo e la questione religiosa fu irrevocabilmente innestata in quella politica ed etnica. I vari tentativi, soprattutto sotto Elisabetta, di “pacificare” l’Irlanda si risolvettero regolarmente in tremendi massacri, di guerriglieri e di civili. Decine di migliaia furono le vittime. Uno dei genocidi più notori fu, naturalmente, quello perpetrato dagli ironsides di Oliver Cromwell, che cominciò nel 1649. Fu nel corso del Seicento (già a partire da Giacomo I) che vennero gettate le basi per i moderni conflitti, quando le terre irlandesi, soprattutto nel Nord, furono sottratte ai proprietari (cattolici) e assegnate a coloni inglesi (protestanti). Per questo l’Ulster è rimasto con il Regno unito: perché i suoi abitanti sono, per la maggioranza, i discendenti di quei coloni inglesi.
Una data chiave del conflitto anglo irlandese è la vittoria del “protestante” Guglielmo III d’Orange contro il cattolico Giacomo II il 12 luglio 1690. Perché ancora oggi le manifestazioni di ricordo di quella battaglia diventano motivo di tensione? La battaglia del Boyne fu una sconfitta schiacciante per i cattolici irlandesi. Qui sì (come per Cromwell) parliamo di odio essenzialmente religioso. L’olandese Guglielmo D’Orange era stato chiamato al trono dai whig del parlamento inglese perché uno straniero, come re, era meglio di un cattolico. Ormai gli inglesi si attenevano molto rigorosamente al loro ABC: Anything But Catholic. Gli irlandesi, che erano rimasti fedeli al legittimo erede, tanto per cambiare furono massacrati. È soprattutto l’odio anticattolico, insieme al noto amore degli inglesi per la tradizione, a tener vive le parate degli orangisti nell’anniversario della battaglia, che sono anche una provocazione per la minoranza cattolica residente nell’Ulster. Lo stesso che tiene vivi (ormai, grazie a Dio, in modo molto sporadico) i festeggiamenti anticattolici e antipapali del 5 novembre, anniversario della cosiddetta “Congiura delle polveri”.
Perché sebbene la componente religiosa sia importante non si può definire una guerra di religione quella dell’Ulster? Innanzitutto perché non tutti i “realisti” sono protestanti, né, tantomeno, tutti i “repubblicani” o “nazionalisti” sono cattolici. I due gruppi si odiano profondamente a prescindere dalla fede religiosa. Molti membri ed ex membri dell’IRA, ad esempio, erano (e sono) di “fede” marxista. È vero, però, come si è detto, che storicamente le due religioni si identificarono con due precisi schieramenti politici e che, purtroppo, diverse famiglie sono in lotta da decenni.
Anche dinanzi alle vessazioni inglesi il ricorso alla lotta armata dell’IRA ha finito per peggiorare la situazione. Il terrorismo è sempre un controsenso: una reazione assurda e ingiustificata che coinvolge persone innocenti. In questo caso, ovvio, non si può parlare di legittima difesa, neanche di fronte alle storiche provocazioni del governo inglese. L’IRA fu responsabile, durante le recenti trattative di pace, di aver più volte infranto il cessate il fuoco.
Perché nonostante l’accordo del Venerdì Santo del 1998, in Irlanda del Nord ci sono ancora tensioni e attentati: nel 2006 perfino l’uccisione di Michael Mcllveen, un ragazzino cattolico di 15 anni. L’assassinio del piccolo Michael è difficilmente catalogabile come un atto di terrorismo: fu di una crudeltà gratuita. È vero che i due gruppi si odiano e faticano a convivere: parafrasando gli U2, le trincee sono scavate dentro i cuori. Non sempre, dunque, gli atti di violenza sono razionali e finalizzati a un obiettivo politico. Gli atti terroristici più recenti sono stati perpetrati da gruppi estremisti che non si riconoscono negli accordi presi dalle rispettive autorità. L’esercito britannico ha formalmente terminato l’ “operazione bandiera”, cioè la missione in Ulster iniziata nel 1969, soltanto nel 2007.
Il governo inglese di Cameron nel 2010 ha riconosciuto come “ingiustificata” quella sparatoria del 30 gennaio 1972. La strada per una pacificazione può essere quella di un tribunale straordinario come la Commissione per la verità e la riconciliazione come in Sudafrica? Potrebbe essere una strada percorribile. La lotta per il possesso di un territorio, però, come testimoniano i conflitti in Palestina, può essere persino più amara dell’odio razziale. Soprattutto quando il territorio è conteso da due culture tanto forti quanto diverse tra loro. Nel caso dell’Ulster, entrambe le culture sono originariamente cristiane; l’abisso che a tutt’oggi pare quasi incolmabile fu creato, a partire dal Rinascimento, soprattutto da interessi politici ed economici. Certamente il riconoscimento, da parte del governo britannico, di alcuni dei suoi torti maggiori è una mossa importante e potrebbe essere la strategia vincente.
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