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| PRISMA |
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Cosa non funziona in Monti
Vedendo ieri sera sui telegiornali il premier Mario Monti presentare in conferenza stampa il suo nuovo decreto -- subito trionfalmente battezzato “Semplifica Italia” da cronisti non si sa se più spacconi o più servili -- mi è venuto da domandarmi che cosa ci sia che non funziona in questa persona così a modo e in quei suoi simili che sono stati chiamati a fare i ministri del suo governo.
C’è infatti in loro, e temo ci sarà sempre di più, come una frattura tra il dire, rigorosamente non enfatico, acuto e ben argomentato, e il fare, che corrisponde ben poco agli enunciati. Con elegante bocconiano understantement si comunica che il galeone del governo sta per sparare una colossale bordata con tutti i cannoni che ha in linea; e poi al fatidico comando “Fuoco!” ogni dieci cannoni sette restano muti, due sparano a salve tanto per fare un po’ di fumo e uno forse spara a palla, ma senza provocare al naviglio nemico alcun grave danno visibile. Viene quasi nostalgia degli ultimi tempi del precedente governo: anche allora non c’era altro che il “son et lumière” ma almeno se ne poteva godere dall’inizio alla fine.
Facciamo il caso di ieri sera, in cui tra l’altro si è riconfermato un difetto di fondo dell’azione del governo in carica: quello di scaricare ogni volta il proprio impeto riformatore sulle autonomie locali guardandosi bene dal metter mano alla riforma dell’amministrazione centrale dello Stato (il cui basso livello è la maggior causa immediata della crisi della nostra finanza pubblica). L’economia e la società del nostro Paese sono impastoiate in una fitta e intricata rete di norme burocratiche che ne hanno sempre frenato lo sviluppo e che oggi, nel contesto di crisi generale internazionale in cui ci troviamo, giungono anche a bloccarlo. Mario Monti lo sa, lo spiega bene e poi qual è il suo colpo di cannone? Quisquilie come l’introduzione de jure delle procedure telematiche per produzione di documenti anagrafici e simili. Qualcosa che nei Comuni, nelle Camere di Commercio e nelle Regioni del Nord è una realtà consolidata già da gran tempo; e che in Calabria non germoglierà di certo in quattro e quattr’otto solo perché il governo di Roma lo ordina per decreto.
Riguardo invece alla prospettata (e lungamente attesa) abrogazione del valore legale dei titoli universitari, l’unica vera riforma strutturale che il decreto sembrava dovesse contenere, Monti non teme di dire che occorrerà pensarci un’altra volta “perché ci siamo resi conto che la questione è più complicata di quel che immaginavamo”. C’è di che restare a bocca aperta: come professore universitario egli non può non sapere (come si sarebbe detto una volta) la rava e la fava del pro e del contro della dibattuta questione del valore legale del titolo di studio, motore principale del declassamento dell’università italiana. E come studioso il cui spirito è sempre in volo tra Oxford e Princeton -- e che con noi parla un ottimo italiano per farci piacere, ma è evidente che se non fossimo degli ignoranti ci parlerebbe in inglese – Mario Monti sa meglio di tutti noi che né in Gran Bretagna né negli Usa le lauree hanno valore legale; e ciò contribuisce in modo decisivo a fare dell’insegnamento universitario di questi due Paesi un’eccellenza alla scala planetaria. E poi ci viene a dire che ha bisogno di tempo per studiarsi il problema. L’avesse detto per qualcos’altro ci avremmo anche potuto credere, ma non per una questione come questa di cui nel mondo accademico italiano si discute da decenni, con la sua Bocconi e le altre migliori università schierate a favore e tutte le peggiori università e i peggiori studenti ovviamente schierati (e sin qui con successo) a favore dello statu quo. Senza ripetere qui ciò che già si può leggere in precedenti puntate di questa rubrica ( 17 dicembre, 31 dicembre, 6 gennaio) vorrei tornare alla domanda da cui più sopra ho preso le mosse: che cosa c’è che non funziona in Monti e nei suoi. La risposta a mio avviso attiene più all’antropologia che all’economia e alla politica. Anche quando hanno le idee chiare sembrano indisponibili a sacrificarsi per attuarle. Si aspettano che, come nelle aule universitarie, coloro che li ascoltano tengano perciò stesso attento conto di quanto dicono. E se poi così non è ammutoliscono e lasciano perdere. Inoltre è evidente che si lasciano troppo condizionare dalla scaltra alta burocrazia ministeriale romana. Non solo infatti le loro ansie di riforma di cui si diceva non la riguardano mai, ma anzi si risolvono nella prospettata apertura o nel potenziamento di nuovi uffici a Roma: “Autorità”, banche dati centrali e cose del genere, che grazie ai generosi stipendi che offrono sono delle vere galline dalle uova d’oro per i burocrati bene introdotti che ci si butteranno dentroAltrimenti non si spiegherebbe appunto come mai vedano solo le festuche nell’occhio del proverbiale comune di Ronco Fritto e non il trave in quello di Palazzo Chigi che in Tv fa la sua figura, ma dentro è un preciso ritratto della qualità della nostra amministrazione statale. Se ha una certa età, chi ci entra si sente ringiovanire di qualche decennio, agli anni ormai lontani in cui il nobile palazzo subì la sua ultima manutenzione straordinaria; o a quelli ancor più remoti del suo ultimo adeguamento tecnologico. Per non dire di quei maggiori ministeri dove sembra che Mussolini o i suoi gerarchi possano fare la loro ricomparsa da un momento all’altro, tanto tutto conserva ancora la loro impronta. Torna purtroppo la domanda che già ci facemmo nello scorso dicembre in questa stessa rubrica: a che cosa serve un governo del genere se poi si comporta come un governo qualsiasi? Possibile che questo governo – libero dalla vecchia “macchina” dei partiti quanto nessun altro mai era né sarà -- non sappia trovare nella società civile italiana energie e soggetti forti e ben radicati in grado di aiutarlo a fare almeno un po’ di quel che promette? Non ce ne sono o non si rendono disponibili? Non li cerca? Non li vuole? Ecco delle domande cui sarebbe importante trovare quanto prima qualche risposta.
robironza.wordpress.com
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