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SCIENZA & MORALE
Renato Dulbecco (1914-2012)
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Dulbecco, non è tutto Nobel quel che luccica

di Umberto Fasol
22-02-2012

 

Renato Dulbecco ha segnato la storia della biologia molecolare e della medicina dell’intero secolo XX, con ricerche, pubblicazioni e progetti che gli hanno valso il Premio Nobel nel 1975.

Nato in Calabria nel 1914 e laureatosi a soli vent’anni, si trasferisce prontamente negli Stati Uniti dove ha la fortuna di lavorare nei laboratori più prestigiosi del mondo a fianco di giganti della nascente biologia molecolare, come Salvador Luria, Rita Levi Montalcini (gli altri due Nobel per la Medicina, italiani) e Max Delbruck.
Le loro pionieristiche ricerche sulle culture cellulari e sul ruolo dei virus nella loro trasformazione in tumorali sono praticamente alla base di tutti i lavori dei moderni Laboratori di Biologia del mondo intero.  E ne beneficiano in tanti.

L’altra grande idea per cui Dulbecco va ricordato è il Progetto Genoma Umano, lanciato nel 1986 e conclusosi nell’estate dell’anno 2000, quando Bill Clinton, insieme a Francis Collins e a Craig Venter (il 26 giugno) in conferenza stampa mondiale, potè annunciare che l’umanità è finalmente «riuscita a dare una fugace occhiata nel manuale di istruzioni della vita, finora noto solo a Dio».
Questo gigantesco Progetto, che ha coinvolto i laboratori di sei Paesi, ha decifrato l’intero DNA umano: 3,2 miliardi di lettere collocate in una sequenza tale da consentire il metabolismo cellulare e la vita dell’intero organismo.
Si spera, oggi, di sviluppare una medicina personalizzata, che tenga conto delle differenze genetiche che ciascuno di noi ha ereditato.
Fin qui i lavori dello scienziato.  E il Premio Nobel ci sta tutto intero.

Ma, si sa, quando la ricerca scientifica intercetta dimensioni che appartengono tipicamente all’identità della persona umana, ovvero all’antropologia, allora "il giudizio sulla realtà" che l’uomo di scienza è costretto a formulare non ha più il crisma del Nobel.
Nelle delicate questioni che ci interessano, direi che sono state due le grandi occasioni pubbliche in cui il prof. Dulbecco ha espresso posizioni esplicitamente in contrasto con quelle del Magistero.  Anche queste devono essere ricordate, come le medaglie di cui sopra, e oggi in particolare, in un contesto culturale come il nostro, in cui la scienza e la tecnica si presentano come depositarie assolute della verità sull’uomo.

La distinzione tra i dati della scienza e la loro interpretazione deve rimanere un caposaldo anche della cultura contemporanea se si vuole mantenere il primato dell’uomo nella guida della Storia.
Ecco il primo punto di dissenso.
Dulbecco viene nominato dall'allora ministro della Sanità, il professor Umberto Veronesi, Presidente della "Commissione di studio sull’utilizzo di cellule staminali per finalità terapeutiche", con lo scopo di individuare le vie di maggior consenso da attuare nella ricerca medica in Italia (2000).
Nel Rapporto finale, che porta la firma di 25 saggi, il Presidente si esprime a favore dell’utilizzo degli embrioni sovrannumerari (oltre 25mila congelati come prodotti secondari della fecondazione in vitro, in Italia) per estrarne cellule staminali con scopo terapeutico e ancora, propone una forma di clonazione "terapeutica", che non è certamente rispettosa della dignità della persona.

È interessante a questo proposito leggere l’intera motivazione riportata nel rapporto come "parere etico minoritario", per capire sia la portata della posta in gioco che la lucidità delle argomentazioni riportate da alcuni (7 su 25) scienziati: «L’embrione è un essere umano con potenzialità di sviluppo (non un essere umano potenziale), pertanto, come ogni altro essere umano, ha diritto alla vita. Le diverse argomentazioni a favore della sperimentazione degli embrioni cosiddetti sovrannumerari ("il sacrificio di questi embrioni è proporzionato ai vantaggi sperati"; "un male minore rispetto a quello peggiore della loro distruzione"; "una giusta soluzione del conflitto tra diritto alla vita di questo embrione e il diritto del malato a essere curato"), si fondano su una visione strumentale dell’embrione umano, al quale non si riconosce ancora il titolo di soggetto. Inoltre, il dilemma "l’embrione o viene usato o viene distrutto" corrisponde ad accettare, in etica, l’insostenibile equiparazione tra "uccidere" e "lasciar morire". Le argomentazioni che proibiscono moralmente di creare embrioni per la sperimentazione, valgono anche per la proibizione di quelli già esistenti» (cardinale Ersilio Tonini, Adriano Bompiani, Bruno Dallapiccola, Domenico Di Virgilio, Enrico Garaci, Luigi Lorenzetti, Girolamo Sirchia).

Ed eccoci al secondo grave punto di dissenso. In occasione dei famosi quesiti referendari per l’abrogazione della Legge 40/2004 (“Norme sulla procreazione medicalmente assistita”), Dulbecco, in una intervista a l’Espresso, ebbe a dire: «La legge 40 è folle. E umiliante per la medicina». E sostenne tutti e quattro i quesiti.
Vale la pena di ricordare che la legge n° 40 vieta la fecondazione eterologa (quella, cioè, con donazione di seme o di ovuli, estranei alla coppia), vieta il congelamento degli embrioni (e consente al massimo la produzione di tre embrioni per volta), vieta la diagnosi embrionale pre-impianto, vieta l’utero "in affitto" e consente la fecondazione solo a coppie di sesso diverso, di età potenzialmente feconda e con sterilità certificata. Questo per restituire almeno la dignità a quel gesto che più di ogni altro rende l’uomo e la donna immagine sacra di quel Dio che ha voluto continuare la sua opera affidandosi alla coppia che diventa «di due, una sola carne» (Gn 2,24).

Purtroppo anche a Dulbecco (che figura nel lungo elenco dei personaggi non credenti del sito dell’UAAR, Unione Atei Agnostici Razionalisti) è sfuggito quello sguardo stupito con cui ogni bambino, diventato uomo, continua a guardare se stesso.

 
 
 
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