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| EDUCAZIONE |
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Giovani e adulti,
guerra tra poveri
di Roberto Marchesini
22-02-2012
Ho letto con piacere l'articolo di suor Roberta Vinerba dedicato ai giovani, e ho apprezzato la passione (e l'amore) con la quale difende a spada tratta i giovani dall'accusa di essere mammoni, scansafatiche eccetera.
Suor Roberta ha ragione da vendere quando dice che i giovani appaiono così poco entusiasti (ed entusiasmanti) perché qualcuno li ha educati in questo modo. Questa è la generazione del “Mio figlio deve avere quello che non ho avuto io...”, del “Non voglio che mio figlio faccia i sacrifici che ho fatto io...”, del “Prendi la laurea così ti sistemi”, dello “Stipendio fisso e impiego pubblico, ma da dirigente” eccetera. Qualcuno ribatterà che “una volta si usciva di casa e ci si sposava anche senza garanzia di un lavoro fisso”. Verissimo. Però “una volta” c'era l'aspettativa di migliorare in breve tempo la propria condizione, e quest'aspettativa era ragionevole. Ora, però, questa aspettativa non c'è più.
Questa è la prima generazione, dopo molte, che obiettivamente non può aspettarsi un tenore di vita superiore a quello dei propri genitori, anzi. Diciamo la verità: come il figliol prodigo prima di tornare dal Padre, i giovani stanno ampiamente sfruttando la loro parte di eredità prima che i genitori siano morti. Mai come ora la famiglia è stata un ammortizzatore sociale. Non ci sono, è vero, solo ostacoli di natura economica nella vita dei nostri giovani. Basta salire sulla metropolitana durante l'ora di punta per avere la percezione di un imbarbarimento generale delle ultime generazioni: dal linguaggio, al rispetto per gli altri e per se stessi, questi ragazzi, universitari, ben vestiti e stracolmi di gadget tecnologici sembrano allo stesso tempo più ricchi e più poveri dei loro genitori. E nuovamente la domanda: chi li ha educati?
Eppure la ricerca del colpevole, del capro espiatorio, anche se gratificante, raramente aiuta a risolvere i problemi. È, quella tra le generazioni, una vera e propria “guerra tra poveri”: benestanti che hanno vissuto come poveri, risparmiando e facendo sacrifici; contro poveri che sono stati illusi con la promessa di una vita da benestanti.
Forse giova maggiormente pensare che entrambe le generazioni, quella degli adulti e quella dei giovani, sono vittime. Vittime di una cultura edonista, materialista, vacua, disperante; una cultura che ha portato milioni di persone ad occuparsi di costosi giocattoli elettronici, reality televisivi, gossip politico; mentre il loro lavoro perdeva progressivamente valore, venivano privati di ogni strumento culturale, la loro sovranità diventava una parola vuota di significato e la democrazia semplicemente un sinonimo per political correctness. Che fare?
La soluzione è sempre quella: “Togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello” (Lc 6, 42). Non possiamo cambiare il mondo, e quella di cambiare gli altri è una pretesa. Però possiamo cambiare noi stessi. O almeno provarci. Sempre meglio che lamentarsi. Certo, noi contiamo solo per uno. Ma da qualche parte bisognerà pur cominciare...
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