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IL CASO
Dario Fo
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Il mistero miserabile di Fo

di Roberta Vinerba
22-02-2012


Adesso ha 37 anni, una militanza anticlericale che lo ha portato fino allo “sbattezzo” ci siamo ritrovati: ha cercato la sua “vecchia” educatrice per riaprire un dialogo con la Chiesa.  Alcune colazioni, alcuni pranzi dal “Cinese” e un’intesa fatta di rispetto e di voglia sincera di capirsi. La maturità ha portato con sé i ripensamenti, le domande senza più rabbia, soprattutto la certezza che di un bene e di un male oggettivo c’è bisogno e che l’uomo, a qualunque religione appartenga o non appartenga è capace di comunione davanti alla sofferenza. “Ero affamato, ero assetato, ero carcerato e mi hai soccorso”. Il mio amico si dice convinto che non solo su un ordine morale oggettivo si può e si deve capirsi, ma anche sul piano della carità, quella che soccorre l’uomo quando è incappato nei briganti.

Perché racconto di questo spaccato privato della mia vita e delle relazioni che la costellano?  Perché il mio amico mi frulla in testa da ieri, da quando ho letto di come Dario Fo, il premio Nobel per la letteratura nel 1997, (Nobel per la letteratura si noti bene, dato ad un attore: si vede che l’idea di letteratura a Stoccolma è piuttosto relativa), ha di fatto negato ad un gruppo di volontari cattolici di svolgere una raccolta di beneficienza ai margini di un suo spettacolo. Siamo a Varese, Fo mette in scena Mistero buffo e al contempo fa dire ai volontari dell’associazione cattolica “Banco nonsolopane onlus” che non avrebbe fatto nessun annuncio dal palco in favore della raccolta fondi per i meno abbienti (come richiesto, in accordo con il direttore del teatro dai volontari), perché il suo pubblico di sinistra non avrebbe capito la presenza, contigua al suo spettacolo, di un banchetto di volontari ciellini.

La notizia di per sé si commenta da sola. L’uomo in questione, l’artista che è universalmente (sic) riconosciuto come libero e ribelle, geniale, l’inquieto cantore dell’animo umano, si mostra invece ossequiosamente, miseramente obbediente e asservito alle logiche della più crassa e vecchia ideologia. Sì perché a interessare non è l’uomo che ha fame, che ha bisogno di una casa, che deve pagare le bollette, no, si sa: le ideologie hanno sempre avuto problemi con il principio di realtà. Per esse, la realtà è ciò che deve diventare a partire da un’idea geniale di uomo e di umanità che è sempre un a-priori. L’uomo e il suo mondo devono piegarsi ad entrare nelle categorie ideologiche che confezionano il mondo perfetto, chi non ci stà è cacciato fuori dal consesso umano. Le ideologie hanno l’abitudine di disegnare un mondo dove i buoni e i cattivi sono ben distinti e vi è un potere, buono s’intende, incaricato di distinguere e di rieducare, nel caso vi fosse bisogno.

L’ideologia non vede l’uomo, vede l’uomo-che-vorrebbe-fosse. Così Fo ha voluto vedere l’uomo come un essere-di-sinistra rispetto ad uno-di-destra. Quello di sinistra ha i suoi codici e i suoi benefattori che non devono assolutamente interagire con i poveri e i benefattori di destra. Viene da ridere, lo ammetto, se non fosse che di questo pensiero miserabile ne sono ancora intessuti non solo i dinosauri come Fo, ma anche i tanti  loro nipotini prigionieri anch’essi di un  pensiero ideologico che non ha mai ripudiato quella falce e quel martello che insieme alla svastica hanno massacrato, nel nome del loro uomo, milioni di esseri umani. Veri, quelli, tragicamente di carne ed ossa. Il mio amico che non è cristiano ma che è alla ricerca sincera della verità e senza i paraocchi dell’ideologia, è anni luce avanti rispetto a Fo e a chiunque si lasci accecare da un pensiero allineato e irrealistico. Dimenticavo: il raffinato filantropico pubblico di Dario Fo ha offerto ben 15 euro per i poveracci. Ma si sa, il pane è per il popolino, le arti per gli intellettuali. Così è, se vi pare.

 
 
 
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