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L'APERITIVO
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Le "sette" e i loro "ex"

di Vittorio Messori
11-02-2011



Ieri, dopo un telegiornale, mi sono soffermato davanti all’apparecchio. È cosa che mi succede di rado, non per snobismo da pseudo-intellettuale ma perché, per un impaziente come me, la tv è lenta, dunque noiosa. Con un libro o con un giornale di carta (auspico almeno una multa per chi dica “cartaceo”…) salto ciò che non mi interessa, girando velocemente le pagine e mi concentro solo su ciò che mi attrae.

Ciò che mi esaspera della tv è che ti obbliga alla passività: devi sorbirti anche cose che ti ripugnano o ti fanno sbadigliare (i miserabili pasticci politici di questi giorni, per dire) prima di arrivare finalmente a ciò che ti coinvolge. Vabbé, ieri mi sono fermato a guardare perché era annunciato un servizio sulle “sette religiose”, come diceva la giornalista tv con una sorta di smorfia di allarme se non di disgusto.

C’è da rischiare grosso a parlare di un simile tema su pagine come queste, dove Massimo Introvigne è, giustamente, tra le firme più lette. Introvigne è, a livello internazionale, uno dei maggiori esperti di quelle che lui, e gli studiosi come lui, chiamano non “sette” - termine non neutro, non scientifico, ma che esprime un giudizio previo negativo – bensì “nuove religioni”. E in effetti, l’Istituto che ha fondato e dirige ha come nome Cesnur, cioè l’acronimo di “Centro Studi Nuove Religioni”. Introvigne ridimensiona molti allarmi e, soprattutto, scruta da sociologo, e non da benpensante ignaro di questi temi, una delle realtà più significative dei nostri decenni.

Proprio il tempo che, secondo le previsioni, avrebbe dovuto essere quello del “disincanto”, della secolarizzazione, della laicità radicale, si è rivelato quello della esplosione religiosa, spesso al limite della superstizione e della credulità.

Tra i molti bersagli del nostro Massimo c’è il termine, amatissimo dai giornalisti, di “lavaggio del cervello”, pratica diabolica che sarebbe in uso tra guru e santoni attuali per disporre a piacimento di chi caschi per disgrazia nella loro rete. In realtà, quel “lavaggio” non esiste, non può esistere per le molte e valide ragioni che Introvigne ha più volte esposto.

In ogni caso, non dimentichiamo che anche noi cristiani fummo, per quasi tre secoli, dei “settari”, e che attorno a questi nostri primi fratelli si svilupparono le più terribili leggende nere. A partire dalla convinzione popolare che, nell’eucaristia, il mangiare la carne e bene il sangue del Cristo non fosse cibarsi di quel pane eucaristico che per i credenti si trasforma in vero corpo di Gesù pur mantenendo in tutto e per tutto l’aspetto del pane, ma fosse invece reale: e che dunque, ogni cristiano fosse un cannibale. Le folle spesso applaudivano al martirio, che giudicavano del tutto meritato, di questi “settari” discepoli dell’ebreo Gesù.

Ma, per tornare al servizio tv di ieri: particolarmente fastidioso il fatto che fosse quasi interamente costruito su testimonianze di “ex”. Se sto alla mia esperienza di cronista, non di sociologo, poche cose sono fuorvianti come le accuse alla sua antica organizzazione da parte di chi è uscito sbattendo la porta. Ci sono addirittura degli “ex” di professione, sempre intervistati su qualunque giornale e tv. Quando facevo il libro inchiesta sull’Opus Dei ne incontrai alcuni: donne, soprattutto, che da decenni non facevano altro che dipingere a tinte sempre più tragiche il periodo passato nella “tenebrosa Obra”.

Sta di fatto che, nel mio lavoro di giornalista, non mi sono mai fidato né di questi né di altri pentiti: per esempio, dei gruppi, assai affollati, di ex-geovisti o ex-scientologisti. Prendo poco sul serio anche gli ex-comunisti e, in generale, ogni reduce deluso. Magari, con tutto il rispetto, anche qualche transfuga da seminari e conventi: per fare il primo nome che mi viene in mente, un Piergiorgio Odifreddi ci arriva direttamente dal seminario di Cuneo… Anche Renan era un ex seminarista, Loisy un ex prete e così via in una lista che sarebbe lunghissima. N

on occorre essere psicologi per comprendere il perché di una doverosa diffidenza: chi ha abbandonato una strada, magari una vocazione, un ideale, deve giustificarsi davanti a se stesso e al prossimo, ha bisogno di aumentare la responsabilità degli altri per diminuire la propria, per contrastare il senso di colpa che cova, magari nell’inconscio e che in qualche caso è devastante,

Non mi azzardo oltre in questi intrighi emotivi. Volevo solo avvertire, sulla base della esperienza: qualunque realtà discussa contestata dobbiate giudicare, non fatelo prendendo sul serio sempre e solo le testimonianze, magari impressionanti, di chi se ne è andato. Non fate, cioè, come certi giornalisti televisivi in cerca dell’effettaccio…
 
 
 
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