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ARTE E CATECHESI/3
cattedrale di reims
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per non farsi vedere
Quelle opere nate per non farsi vedere

di Luigi Codemo
02-07-2011


Quando si entra in una chiesa, capita, e neanche troppo di rado, di trovarsi davanti a un fatto che in un primo momento può apparire incomprensibile e che può anche provocare un effetto di delusione: ci sono opere d'arte collocate in posizioni tali da essere viste con difficoltà.


Ad esempio, ci sono vetrate che narrano episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento impossibili da decifrare tanto le figure sono poste in alto e minute nelle forme. Ci sono pietre scolpite di santi e martiri che a malapena si lasciano ammirare tra le ombre delle volte. Ci possono essere stupende colonne tortili, scalpellate e levigate fin nei minimi particolari, lì dove raramente qualcuno transita. Ci sono ornamenti composti da intricate geometrie di foglie e animali lì dove mai nessuno si ferma. Insomma, ci sono opere che semplicemente non hanno nell’occhio dell’uomo la misura che le fa essere. Eppure committenti le hanno volute, teologi le hanno pensate, artigiani le hanno realizzate. E il tutto con somma perizia e cura premurosa.
 
Nelle chiese, ci sono opere d’arte che sembrano non avere la preoccupazione di farsi vedere. Questo fatto appare alquanto singolare, soprattutto per come si differenziano da quelle realizzate al giorno d’oggi per i musei. Gran parte dell'arte contemporanea, infatti, è prodotta non solo per essere vista, ma per essere esposta. Anzi è talmente importante l’atto di esibire, che l’opera d'arte contemporanea sorge e vive per ciò che ne moltiplica la visibilità: il vernissage, il catalogo, le foto, l’intervista all'autore, il depliant, il titolo della mostra, il marchio dell’evento e così via.
 
Il fatto che l’arte delle chiese non sia sempre lì per farsi vedere induce anche a ridimensionare quello che è uno dei luoghi comuni che circonda l’arte sacra, e mi riferisco alla definizione dell’arte delle chiese come biblia pauperum (bibbia dei poveri).

Certo, affreschi, vetrate, sculture permettono di riportare alla mente le narrazioni bibliche, un tempo necessario soprattutto per chi non sapeva leggere, e possono anche servire ad accompagnare la catechesi. Ma questa definizione, che risale a San Gregorio Magno durante le grandi diatribe sulle immagini del VII secolo, è stata poi ripresa da molta accademia durante gli ultimi due secoli con il risultato di normalizzare e banalizzare la ricchezza di significato che l'arte delle chiese rappresenta.


In realtà, questo dettaglio della presenza di immagini di non facile e immediata visibilità ci mette in guardia da qualsiasi interpretazione che tenda a ridurre l'arte nelle chiese o a una manifestazione di capolavori da consumare in modo simile a quanto avviene nei musei o a strumenti semplicemente didascalici e catechetici.


Sicuramente c'è dell'altro per giustificare i molti tipi di soggetti che troviamo nelle chiese, direttamente visibili o meno che siano: episodi tratti dalle Sacre Scritture, figure angeliche, figure di profeti, santi e martiri, immagini dei mestieri e del lavoro dell'uomo, simboli delle stagioni, degli astri e dei pianeti, elementi del regno animale e vegetale, forme geometriche.


Se, attraverso una visione d'insieme, si guarda a quanto è presente in una chiesa attraverso l'arte, si comprende che di tutta l'immane molteplicità dell’universo nulla deve rimanere escluso. Lì tutto il creato è convocato. Perché tutto il creato è chiamato a partecipare della celebrazione della liturgia.

La liturgia celebra l’azione salvifica di Dio che è in atto nella storia. E nelle chiese le rappresentazioni artistiche che mostrano momenti della storia della salvezza, da Adamo ed Eva fino al Giudizio Universale, testimoniano il perdurare di quell'azione salvifica di Dio. Tutta la storia della salvezza con la sua miriade di nomi, di luoghi, di eventi è lì per essere ricapitolata assieme agli uomini e alle donne dell’assemblea nella sintesi, nell'”oggi”, della liturgia.


La chiesa con le sue pietre, i suoi dipinti e le sue forme segna come una processione dove ogni elemento dell'universo partecipa di un cammino di liberazione grazie al fatto che Dio, per primo, ha piegato il cielo e si è fatto uomo e procede incontro all'uomo, alla storia, al creato. In ogni chiesa ci è restituita la traccia percepibile di come la storia della salvezza sia salvezza della storia, un cammino di cambiamento del mondo, di liberazione, di un già e non ancora che procede verso un compimento, una pienezza dove Dio sarà “tutto in tutti”.


L'arte di cui stiamo parlando non ha senso se non in riferimento alla liturgia. Così come, a ben guardare, l'arte in genere non ha senso se non per rendere grazie. 


 
 
 
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