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IN MEMORIAM
Václav Havel (1936-2011)
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Václav Havel, amore e libertà. E Dio che esiste

di Angelo Bonaguro
24-12-2011

 

«Se viviamo pur conoscendo l’inevitabilità della morte, e viviamo come uomini, cioè in modo degno e pieno di significato, ciò è possibile solo grazie alla salda esperienza interiore di un orizzonte assoluto dell’essere che in noi è stato destato proprio dalla coscienza della morte». Così scriveva Václav Havel, scomparso a 75 anni il 18 dicembre, alla prima moglie Olga dal carcere, nell’ottobre 1981.

Havel è stato senza dubbio una delle personalità più interessanti e poliedriche del panorama culturale centroeuropeo. Nato a Praga nel 1936, quando la minaccia nazionalsocialista si addensava all’orizzonte della Cecoslovacchia, è stato - come amava dire - «bambino di famiglia borghese, assistente di laboratorio, recluta, macchinista di teatro, drammaturgo, dissidente, carcerato, presidente, pensionato, fenomeno pubblico ed eremita, presunto eroe e fifone segreto».

Comincia a esporsi in prima persona durante il Congresso degli scrittori del 1965, prendendo le difese degli autori discriminati dal regime comunista; non si fa scappare le occasioni offerte dal rinnovamento sociopolitico nel periodo della Primavera di Praga (1968), e nel 1975 si espone ancora con la Lettera aperta al segretario del Partito, nella quale, anticipando i temi del breve scritto Il potere dei senza potere (1978), analizza criticamente il sistema che si va “normalizzando” tramite la “pressione esistenziale” esercitata sui cittadini soggiogati dalla paura e dalla menzogna. Inizia così per lui l’avventura del dissenso, la scelta di «vivere senza menzogna», perché «la responsabilità interiore combinata con tutto il complesso delle circostanze esterne» lo aveva «espulso dalle strutture esistenti e messo in confronto con esse». La sua capacità di sintesi e di giudizio lo rende mediatore fra le anime del dissenso, quella più culturale, quella più “politica” (Charta77) e quella legata alla Chiesa.

Poi nel 1989 con il crollo del regime si ritrova eletto presidente della Cecoslovacchia: «La politica non può essere solo l’arte del possibile, ossia della speculazione, del calcolo, dell’intrigo, degli accordi segreti e dei raggiri utilitaristici, ma piuttosto l’arte dell’impossibile, cioè l’arte di rendere migliori se stessi e il mondo», afferma nel suo primo discorso di Capodanno.
Durante i 13 anni di presidenza approfondisce i temi con cui aveva intessuto le sue opere letterarie: l’esperienza dell’assurdo, il valore della dignità umana, la potenza liberatrice della verità, il legame tra il creato e l’uomo che ne deve rispettare il mistero. Quando parla di ethos non è per farci la morale, ma per richiamare a quell'aggancio dell'uomo al trascendente, sulla soglia del quale Havel si è sempre fermato. Non è mancata, durante il secondo mandato, una certa disillusione: «Abbiamo cercato di muoverci con libertà, di dire la verità, di far capire come stavano le cose. I dissidenti erano pittori, scrittori, fuochisti, non erano però dei politici… È stato evidente che non si può pensare che basti qualche giorno per preparare e realizzare tutte le riforme necessarie, poiché è necessario approfondirle vagliando montagne di argomentazioni contrastanti… Occorre mantenere un rapporto umile con il mondo, rispettare quello che ci supera, prendere coscienza che vi sono misteri che non capiremo mai e rendersi conto che dobbiamo assumerci delle responsabilità, senza però presumere di sapere come andrà a finire… La speranza però non può togliercela nessuno. Del resto, una vita in cui non vi siano imprevisti, sarebbe terribilmente noiosa!».

Nel 2003 lascia definitivamente il Castello di Praga, vertici istituzionale del suo Paese, nella speranza di poter vivere la vecchiaia «come un pensionato privo di obblighi» e così «godersi la vita, viaggiare, riposare, pensare e leggere». Invece «tutto è andato diversamente»: l’impegno per la Biblioteca-Centro culturale e il Forum 2000, l’attività della Fondazione Buona Volontà per l’assistenza a bambini e anziani, la nuova pièce La partenza, da cui quest’anno ha tratto il suo primo e ultimo film, una fatica che l’ha ulteriormente minato…

A novembre si era rivisto, per la tv, con l’arcivescovo Duka, suo vecchio amico conosciuto nel 1981 in carcere, dove passavano ore a discutere dell’uomo e di Dio. «Credo - ha detto Duka - che ora abbia incontrato Colui di cui abbiamo tanto parlato assieme. Vale quanto mi ha detto durante il nostro ultimo incontro: "Non sto bene… ma sappiamo che Lui esiste"».

In assenza di una figura autorevole capace di dar voce alla commozione che ha suscitato la notizia della morte di Havel, la gente si è mossa spontaneamente, in modo inatteso per lo stile sobrio di questo paese. Già domenica mattina a Praga e poi nelle altre città, centinaia di cittadini di ogni età si sono distolti dagli acquisti natalizi per fermarsi e accendere lumini o deporre fiori nei luoghi storici delle manifestazioni del 1989, e verso sera da piazza san Venceslao un corteo silenzioso si è snodato fin sull’isola Kampa. «Ho visto tanti giovani che non hanno conosciuto Havel, ma per i quali era un simbolo, e è stata un’occasione per tirare un gran respiro di sollievo e riflettere sui valori che rappresentava», ha commento padre Halík, una delle figure più in vista della Chiesa boema.
Quel suo vecchio slogan, «l’amore e la libertà vinceranno sull’odio e sulla menzogna», così bistrattato e deriso, testimonia del desiderio sempre presente nel cuore di ognuno.


 
 
 
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